L’illusione di internet.

Alto o basso, uomo o donna, etero o omo, bianco o nero.
Tanti sono gli aggettivi che si possono accollare ad un nome, ma il soggetto su cui si concentrano la maggioranza degli attribuiti è l’essere umano.
Come per il genoma umano, l’uomo è composto da una serie di aggettivi che lo caratterizzano e che sono composti in modo unico e tale da non poter mai ricreare un soggetto uguale ad un altro, sia per caratteristiche fisiche, mentali e comportamentali.
Siamo arrivati a superare i sette miliardi di individui sulla Terra ma siamo interiormente convinti di essere speciali, di non essere uguali a nessun altro: e non sbagliamo a pensarlo.

Eppure, eppure l’essere umano è altrettanto convinto che si possa e si debba essere considerati tutti uguali, in un a sorta di disturbo della personalità multipla, prima si conclama l’unicità della persona e poco dopo l’estremo opposto.
Ad un certo punto dell’evoluzione l’uomo si è distinto dalle scimmie e ha incominciato a pensare, ad analizzare e a plasmare il mondo in cui viveva: la pietra serviva a spaccare, il legno a bruciare e le pelli servivano per riscaldarsi, allo stesso tempo ha compreso che ci sono persone adatte alla caccia e altre alla coltivazione.
È da quel momento che l’uomo sogna di esser considerato alla pari di tutti gli altri uomini.
Più il tempo passava più la società diventava complessa e stratificata, ma questa ambizione non si affievoliva, anzi, ritornava sempre più forte.
Il sogno di un egualitarismo utopistico probabilmente ha preso forma la prima volta nell’agorà di Atene ed è rimasto vivo durante tutta la Storia, alimentando le speranze di milioni di persone e generando due rivoluzioni in Europa.
Si dice che la speranza è l’ultima a morire, in questo caso il motto è confermato, oggi nel XXI° secolo l’appiglio su cui sono aggrappate le nostre speranze si chiama internet, il luogo virtuale dove non ci si può giudicare perché non ci si vede, l’avatar e il nickname coprono la parte da dove più facilmente sorge un pregiudizio: il viso.
Chiunque può postare video, scrivere un post sul blog, condividere status su facebook e cinguettare su twitter. Chi è d’accordo condivide, se no lascia stare.
Tutti felici e contenti come se fossimo al bar con gli amici, ognuno ha le stesse possibilità di farsi vedere dagli altri e la propria voce ha la possibilità di viaggiare nella rete liberamente come quella di chiunque altro.
Anche la politica è entrata in questo nuovo mezzo di comunicazione e sono nati i movimenti dal basso, i “pirati” nei paesi del nord Europa e il Movimento 5 Stelle in Italia. Non a caso lo slogan lo slogan preferito degli attivisti 5 stelle è “Uno vale Uno”, nessun centro di potere nessuno è superiore a nessun altro e l’idea di un’attivista ha lo stesso peso di quella di un altro attivista.

Ma anche in questo caso la superficie è molto più semplice e diversa rispetto alla complessità che cela: internet è solo un’altra casa degli specchi dove ci si crede liberi, ma dove invece si è intrappolati tra mura trasparenti.
Per capirlo basta farsi delle domande e andare a vedere le statistiche: la maggior parte dei video su youtube sono caricati dai cosiddetti “partner“, cioè imprese che creano contenuti a uso commerciale (sono molti i canali tv che traslocano interi programmi o parti di essi sulla piattaforma di streaming) e il video più visto ogni settimana su youtube in Italia è la copertina di Ballarò con Maurizio Crozza.
Su twitter è anche peggio (complice la struttura del social media), qui il 10% degli utenti genera il 90% dei messaggi e coloro che fanno parte di quel 10% è quasi sempre parte del jet set.
Questo non vuol dire che la rete non sia libera, infatti si è liberi di poter parlare ma si è “costretti” ad essere ignorati. Internet è come l’etere dove passano un’infinità di infrasuoni, troppo bassi per essere percepiti dall’orecchio umano, solo pochi suoni sono della frequenza e visibilità giusta per essere uditi. La formula per creare il “suono” abbastanza alto non è ancora stata trovata o perfezionata (la pubblicità su facebook è un esempio), ma quando sarà trovata si moltiplicheranno i Guru della rete, pronti a macinare accessi e a conquistare followers adoranti.
Continuando con l’analogia col suono, la prospettiva è simile a quella musicale: nata come arte si è appiattita a logiche distributive di massa, la qualità esiste ma difficilmente la troverete in cime alle classifiche di vendita. Le hit sono plasmate da canali come Mtv con un pubblico troppo giovane per poter avere gli strumenti per comprendere la qualità di ciò che gli viene proposto.
Dove i professionisti alla Cecchetto sanno quali sonorità usare per affascinare il grande pubblico con melodie facili da metabolizzare.
Dall’altra parte dello schermo le persone comuni continueranno a pensare di trovarsi nello spazio libero per eccellenza, quando invece si troveranno poco più attivi di quando guardano la tv; illudendosi che con la libertà di poter commentare qualsiasi cosa venga postata sul web possa contare veramente qualcosa.
Perché, che ci piaccia o no, nel mondo tutto ha una gerarchia.

Ho provato a scrivere una sorta di “editoriale” mentre stavo ripensando all’articolo scritto qualche giorno fa sul Movimento 5 stelle.

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