Nel Nord Africa è già inverno?

A inizio novecento gli Stati Uniti d’America aumentarono la loro influenza nei Paesi latino-americani tramite una serie di interventi militari che spesso coincidevano con l’instaurazione di un governo militare filo americano. Roosevelt cambiò politica estera ed inaugurò la “politica del buon vicinato”.
In Nord Africa la situazione è stata meno “pianificata”, ma nell’ultimo periodo (soprattutto dopo l’11 Settembre e l’acutizzarsi dello scontro islam-occidente) si è pensato che avere dittature non di stampo religioso (e magari vicine all’occidente grazie a meri interessi economici) potesse essere un buon argine contro un’espansione dell’islam estremista.

Infine lo scontro tra le due culture si è affievolito e in Nord Africa l’aumento del prezzo dei generi alimentari ha dato il via alla primavera araba che è stata accolta da tutti, o almeno dalla popolazione europea, in modo positivo e come passaggio sanguinolento, ma obbligato, verso la democrazia.
Alle elezioni libere hanno prevalso i partiti con una caratterizzazione musulmana, ma questo non metteva paura perché gli stessi partiti si proclamavano aperti verso idee di democrazia e contrari ad estremismi o a processi di secolarizzazione.

Eppure in Egitto rimane saldo il governo di transizione militare, spalleggiato proprio dai “Fratelli Musulmani”. In Tunisia è notizia di pochi giorni fa l’uccisione del leader dell’opposizione.

In questo quadro i Paesi occidentali come si devono comportare?
Bisogna aspettare che la situazione si stabilizzi naturalmente? E se questo portasse al punto d’inizio, ad una dittatura ma di colore diverso?
Forse l’ultima ipotesi è un’ansia che proviene da persone che non sanno aspettare e che oramai sono troppo abituate all’idea di democrazia e che non si ricordano più quanto questo concetto ci abbia messo ad affermarsi in tutta Europa.
Eppure, si potrebbe pensare, se noi siamo arrivati fin qua dopo tutto questo tempo e tanti sacrifici parrebbe corretto anche “aiutare” le altre popolazioni a raggiungere lo stesso traguardo con meno complicazioni. Ma tutte le volte che penso a questo mi chiedo: “e se fossimo semplicemente arroganti?” Pensiamo di avere sempre la soluzione migliore solo perché noi siamo più ricchi, dunque più avanzati e più “giusti”? E di rimbalzo mi viene da pensare al modello culturale che ha portato al colonialismo di inizio ‘800.

Trovo difficile concludere questo articolo perché trovo queste domande ancora senza risposta e faccio fatica a scorgere un equilibrio tra interventismo internazionale e autodeterminazione dei popoli. Forse questo mix non ha una soluzione univoca ma è come quei film o quei racconti che, per scelta autoriale, non hanno un finale netto ma lasciano a colui che si è avvicinato all’opera una “bolla di indeterminazione” in cui poter riflettere; come se l’opera fosse un immaginario specchio che svela le proprie incongruenze.

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